Modello Americano vs modello Italiano: immobilismo vs fiducia nel futuro
giugno 21, 2010 | In: Articolo
Mi sembra evidente che mai come in questi mesi si parli insistentemente di innovazione in Italia. Sarà perché lo iato tra chi è avanti e chi insegue, come noi, si sta facendo incolmabile; sarà perché la crisi apre nuove strade a chi le sa trovare; sarà perché non siamo riusciti ancora a rovinare la parte più creativa del nostro DNA; sarà anche in minima parte per un libro che sia chiama L’Italia che innova: ma mai come in questi mesi si è visto un fiorire di iniziative, barcamp, competition, e mai come ultimamente si è parlato di venture capital, di business planning, di scouting. Sembra proprio ci sia tanto entusiasmo. Ma c’è davvero?
Ora, innovare significa cambiare in meglio, e se c’è un posto nel quale change è divenuta la parola magica, questo è l’America. Tralasciando quanto di vero ci sia nel change di Obama, è evidente che la sua campagna elettorale ha dato un terrificante impulso all’innovazione; che il suo messaggio ha costituito benzina (facciamo benzina … verde) per chi ritiene la cultura americana quella destinata a guidare il mondo; che la sua comunicazione, sia per contenuti che per mezzi, ha rivoluzionato un sistema che non sarà mai più lo stesso. Obama ha tanti meriti riguardo a ciò, e lo dice uno che ne giudica estremamente negativamente i primi mesi di presidenza. Ma quello che mi interessa qui non è parlare di Obama, ma di cosa significhi la spinta ad innovare che arriva dagli USA, per noi italiani. Mi sembra acclarato che tutti coloro che parlano di innovazione si rifacciano, volenti o nolenti, consapevoli e non, di sinistra e non, al modello statunitense. Non c’è solo la Silicon Valley, che pure è il centro del mondo dell’innovazione ed un vero mito per chi si avvicina a questo universo: anche l’area di Boston e recentemente anche la mia meravigliosa New York stanno sperimentando attrazione per capitali, idee, persone geniali e dedicate. Noi qui in Italia arranchiamo fra uno scandalo e l’altro, una distrazione di fondi promessi alla banda larga e una classe dirigente che in parte non capisce la necessità di implementare la rete e in parte la capisce anche troppo bene, ed è per quello che non la implementa. Ma non è nemmeno la tirata qualunquista che mi interessa.
Quello che mi interessa qui è parlare di cultura, di atmosfera, di ambiente imprenditoriale; di abitudini, di dinamicità, di velocità; di scommessa, di sfida, di apertura mentale. Non ci sono leggi che possano favorire tutto ciò, purtroppo: anche ammesso che una nuova e brillante e competente classe dirigente (e non parlo solo di politica, ma di ovunque ci sia gerarchia e leadership, o meglio di dove la leadership dovrebbe svettare per merito) si sviluppasse miracolosamente per abiogenesi, resterebbe un Paese che, anche dopo il miracolo, rimane sempre attaccato al passato, arretrato, incollato ai privilegi. Sto ovviamente generalizzando, e ognuno che legge si sentirà parte di altro: ognuno vorrà pensare di sé stesso di essere innovativo, fresco, frizzante, scattante, pronto a cogliere le occasioni e a ricominciare.
Sarebbe bello se fosse così, e magari ognuno dei pochi lettori di questa riflessione lo è per davvero. Ma hey, guardatevi intorno. Questa è una società impregnata nell’immobilismo; è una cultura conservatrice come nessun’altra; è una comunità alla quale manca il rimanente 95% di senso civico che necessiterebbe. Questa è una società in cui si ha paura a parlare di soldi, ma se ne vuole sempre di più; in cui si fa finta di non vedere chi non rispetta la legge perché siamo i primi a non rispettarla; in cui crediamo che mai nessuno ci verrà a chiedere il conto per quanto stiamo facendo. E quando parliamo di importare il modello americano, e chi mi conosce sa quanto io sarei d’accordo nel farlo, forse dimentichiamo che un modello necessita di una cultura, di un substrato, di valori condivisi, per funzionare adeguatamente.
Cosa significa fare impresa? Vuol dire sacrificio, pazienza, visione, coraggio, caparbietà, genialità, fiducia, ingenuità, forza.
Non si fa impresa se non si sa come rialzarsi dopo una caduta, come credere quando nessuno crede, come considerare opportunità qualcosa che altri considerano impedimento. Non si è imprenditori se non si scommette su sé stessi, se non si investe ogni goccia di sudore quando si è finito il capitale, se non si rovescia il tavolo avendo fiducia che il prossimo passo ci porterà al traguardo anche se non lo si vede in lontananza.
Innovare, creare, vuol dire impegno e apertura mentale.
Ma siamo sinceri: quanto di tutto ciò è insito nella cultura del nostro Paese?
Questo è un meraviglioso, desolante e provincialissimo posto nel quale si lascia tardi la casa dei genitori; in cui ci si sposa tardi, e si preferisce convivere cornificandosi piuttosto che chiudere e ricominciare; in cui un trasloco è più vicino ad una tragedia che ad una normale attività umana; in cui per andare da un punto all’altro si percorre un arzigogolo; in cui ci si vergogna a dire o a chiedere quanto si guadagna; in cui scendere uno scalino della scala sociale è considerato motivo per un suicidio; in cui il fallimento è un’onta e non una possibilità di imparare; in cui essere acquisiti non è motivo di orgoglio ma di scorno; in cui la legge si interpreta ed il vigile che ti multa in doppia fila è sempre dalla parte del torto, per non parlare di quel pirla che protesta perché gli abbiamo impedito di rispettare il suo impegno chiudendolo con la nostra vettura; in cui si fanno sempre meno figli, e sempre più tardi; in cui ogni diritto è sacro, ogni privilegio ci spetta, ogni comodità è dovuta; in cui ogni cambiamento ci puzza perché chissà cosa dovremo fare in più, in cui il più lento detta la velocità degli altri, mai il più rapido; in cui i diritti vengono sempre prima dei doveri, quando questi vengono riconosciuti e ciò non avviene spesso; in cui sono gli altri a doversi abituare, a dover cambiare, a dover chiedere scusa; in cui la variabile indipendente siamo sempre noi e i nostri bisogni, più presunti che veri; in cui l’elasticità viene definita precariato e messa alla gogna, come se l’immobilismo fosse la pietra miliare attorno alla quale fingere che l’evoluzione non esiste; in cui per molti un contratto è carta straccia e chi ne ha uno già sa di doversi preoccupare di capire a quanto dovrà rinunciare rispetto a quanto pattuito.
Questa è una repubblica fondata sul lamento, sull’accomodamento, sull’incertezza del diritto. Qui siamo più furbetti, e non ci rendiamo conto che diventiamo bulli; qui facciamo gli indignati e non ci accorgiamo di essere presuntuosi. Se pensate che questo valga solo per il mondo del lavoro, vi sbagliate: queste cose accadono nella vita di tutti noi, ogni giorno. E siamo talmente abituati, talmente rassegnati, talmente disperati che non ce ne rendiamo nemmeno conto, e d’altronde che dovremmo fare, urlare al vento ogni giorno della nostra vita come monatti impazziti e provocarci un’ulcera ogni settimana?.
Nel mondo americano tutto è diverso, e non certo per legge. Ho visto vecchietti di 70 anni ricominciare da capo a testa alta; ho visto vedove prendersi cura del parco vicino casa, gratis, per il piacere di stare in un posto pulito senza attendere che a tutto debba pensare il pubblico servizio. Ho visto ragazzi cadere e rialzarsi, ho visto uomini e donne accogliere il cambiamento con l’atteggiamento che noi chiamiamo ingenuità e loro chiamano fiducia. Ho visto l’orgoglio di far parte di una comunità, nonostante gli altri non capiscano e li prendano in giro.
Pensate al matrimonio, ad esempio. Quanto ci fanno ridere tutti i convenevoli americani sul matrimonio? Lui che si inginocchia e dà l’anello, lei che piange e salta e dice si. Da quel momento sono fidanzati, poi le prove della cerimonia, la cena del giorno prima, l’importanza della maid of honour e del best man, il padre che accompagna la sposa che non va vista dallo sposo prima delle nozze, le promesse di matrimonio lette con le lacrime agli occhi, il prete che concede il bacio … ci fanno ridere, anche perché poi più di un matrimonio su 2 si sfascia. Ma pensiamo al fatto che poi ricominciano, ci credono ancora, si risposano da capo, una, due, tre volte … tutte queste sono azioni che impegnano, che richiedono fiducia, apertura, credito. Rinascono dalle loro stesse ceneri, continuano a credere, non si incattiviscono nei confronti della vita. Non accettano bugie, e non passa loro per la testa che ciò possa sembrare ingenuo: perché per loro se menti una volta allora puoi mentire per sempre.
Vi immaginate una cosa così qui da noi? Qui ci consideriamo più scafati, più cinici, più realisti: noi non ci imbarcheremmo mai in tutta questa manfrina, per poi avere più del 50% di possibilità di separarci (e poi per divorziare ci mettiamo anni, mica come loro che quando chiudono un rapporto lo chiudono in fretta senza trascinare la sofferenza a lungo). Pensate che stia parlando ancora del matrimonio? E invece parlo di cultura in generale, di società. Se non ci prendiamo impegni, se non scommettiamo noi stessi, se non viviamo con apertura mentale … se insegniamo ai nostri figli che il posto fisso è il loro obiettivo, e non ad investire su loro stessi e a credere nelle loro possibilità … se tutti noi ci comportiamo così, da dove pensiamo che dovrebbe arrivare questa nuova classe dirigente che innovi, apra, crei, cambi le cose per cui ci lamentiamo? Tutto l’approccio alla vita quotidiana è qui rivolto verso il passato, e quei pochi che non l’accettano fanno una fatica sempre maggiore: oggi quello che spaventa è la varietà sociale, culturale, economica, anagrafica e di provenienza di coloro che vogliono andare via.
Qualche giorno fa David Cameron ha detto schiettamente ai suoi connazionali che la Gran Bretagna ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, e che ci si deve abituare a tornare indietro di un po’ per qualche tempo.
Il nostro problema non è che non abbiamo leader disposti a dichiararlo con passione: è che non abbiamo cittadini disposti ad ascoltarlo con onestà, e senza i secondi è impossibile che escano fuori i primi. Abbiamo un disperatissimo e imminente bisogno di guardare al futuro con coraggio, accettare di faticare di più, aprire la strada ai migliori e adoperarci per facilitare i nostri giovani, prima di rovinarli del tutto – e temo non manchi molto. Forse la prima innovazione, ma anche la più difficile, dovrebbe essere questa. Purtroppo non c’è venture capital al mondo che ci possa aiutare a portarla a compimento: deve partire da noi, che siamo a pensarci bene il primo finanziatore del bene più importante del quale abbiamo bisogno, la capacità di sognare in grande.





7 Risposte a Modello Americano vs modello Italiano: immobilismo vs fiducia nel futuro
Mauro
giugno 23rd, 2010 alle 23:40
Complimenti per l’articolo Umberto.
Credo che l’analisi sulla società italiana sia troppo generalizzata. Ritengo azzeccatissime le numerose pungenti domande poste nei vari paragrafi. Sono domande giuste, è già molto.
Mauro
Le due facce del futuro « kitchen
giugno 24th, 2010 alle 08:28
[...] Mucci in un post sul blog di SideLeaders descrive molto bene [...]
Umberto Mucci
giugno 24th, 2010 alle 12:30
Grazie Mauro. Sai, già così l’articolo è molto lungo. Per analizzare compiutamente la società italiana serve un’enciclopedia, non basta nemmeno un libro …
un saluto a te e uno a Paolo
Roby
agosto 24th, 2010 alle 11:30
Mi è piaciuto o questo articolo, perchè mette in luce una realtà e una cultura tutta italiana e medioevale. Purtroppo l’Italia non ha futuro. Lo dico con cognizione di causa ed esperienza internazionale e forte realismo nato esperienza di startup in italia e poi all’estero. Il problema non sono le persone, il problema è il sistema-italia è un recinto molto stretto…ma alle 50.000.000 di italiani-pecore in fondo piace se non si ribellano politicamente! E’ inutile investire sulle persone se poi il sistema gli limita la libertà. E’ meglio emigrare in sistemi avanzati. Oppure rimanere in Italia e provare a cambiare il sistema è un battaglia persa in partenza. Non sono pessimista ma realista.
Roby
agosto 24th, 2010 alle 11:31
dimenticavo sono italiano ed ho un vc- venture capitalist all’estero
Umberto Mucci
agosto 24th, 2010 alle 22:39
ciao Roby, grazie del tuo commento. noi di Side Leaders stiamo cercando, con pochi soldi ma molto entusiasmo, di piantare qualche seme positivo per fare impresa in una terra che ha dimostrato di essere comunque fertile, nonostante le condizioni proibitive. parte di questo è sicuramente promuovere e facilitare gli spazi per i vc, che qui da noi potrebbero avere un ruolo davvero fondamentale. speriamo di riuscire a fare grandi cose, anche con mezzi non giganteschi, ma con tanto rispetto per la cultura d’impresa sana e per il futuro dei nostri giovani. torna a trovarci, in autunno dovrebbe esserci qualche bella sorpresa
saluti
Mario Rimati
gennaio 1st, 2011 alle 18:44
Quello che ho mandato a Massimo Giannini, il vice direttore de La Repubblica:
sono forse l’unico in Italia che puo’ vantarsi di aver lavorato per 3 diversi governi, ma senza mai aver fatto parte della carriera diplomatica di nessuno dei 3 governi:
-Ambasciata USA, Roma 1989-1993 Trade Marketing Specialist;
-Ambasciata del Canada, Roma 1993-1994 Funzionario d’Immigrazione;
-Ufficio diplomatico, Palazzo Chigi e Ufficio Politico, Multilaterale e Diritti Umani, Farnesina, Vertice del G8 di Genova, 2001. Ho lavorato con lo Sherpa di Berlusconi a Palazzo Chigi, l’Ambasciatore Francesco Olivieri (il genero del Prof. Richard Gardner, l’ex Ambasciatore USA a Roma). Alla Farnesina ho lavorato con l’ex Segretario Generale, Umberto Vattani.
Ho la moglie invece che lavora da solo 37 anni all’Ambasciata USA a Roma. Diciamo che conosco abbastanza il mondo anglosassone per quanto riguarda a) il mondo del lavoro e b) l’organizzazione. Aggiungo alle mie tre lauree un master in management. Il governo piu’ organizzato? Senz’altro quello americano (per gli americani ho lavorato per il potente Dipartimento del Commercio con sede a Washington, DC. Si sa che gli uffici ICE all’estero sono mal organizzati, o cosi’ dicono i tanti imprenditori italiani). Quello PIU’ disorganizzato? Lo vuole proprio sapere? Senza dubbio quello italiano…
Ammetto di NON essere un esperto di economia e ne’ di questioni sindacali, ma mi piace quello che ha detto tempo fa Bono (e’ stato riportato qualche settimana fa sull’Economist): “Il mondo dovrebbe avere piu’ Canada”! Mi piace anche quello che la mia “Bibbia” (sono abbonato all’Economist da 20 anni) ha detto, sempre qualche settimana fa, del PM canadese Stephen Harper e il Canada: “E’ un paese decente e ancora ben gestito”, cosa che la stessa rivista non dice MAI dell’Italia (ancora di meno con Berlusconi alla guida del paese)!
Avendo vissuto solo 30 anni in Canada (a differenza di Marchionne, ci sono pure nato), e in Italia da solo 21 anni, si’, quello che l’Italia senz’altro avrebbe bisogno e di qualche migliaio di canadesi. Dopo questi 21 anni, ancora oggi NON riesco a capire come certe cose vengono gestite,o meglio, NON gestite, in questo paese, a cominciare non solo dai rifiuti a Napoli (n.b. sempre l’Economist aveva detto che i turisti tedeschi amano andare in Canada, perche’ e’ un paese PULITO! Essendo gia’ stato 4 volte in Germania, capisco perche’…) ma della solita e nauseante violenza negli stadi (non e’ il Suo giornale che ha parlato della partita Lecce-Bari, neanche da mettere con l’Intifada!).
Dato che la Chrysler se non mi sbaglio e’ prodotta non in America ma in Canada, e dato che Marchionne si e’ laureato ben 2 volte nell’Ontario (dove tra l’altro la Chrysler e’ prodotta e dove ho fatto il mio primo master), forse conoscera’ la mentalita’ dei sindacati un tantino meglio di tanti stranieri. E dato che sara’ sempre italiano (lavora in Italia alla sede della Fiat, no?), conoscera’ anche un tantino il classico “furfantismo” italico (come quello di scioperare durante le partite di calcio!), o no?
Mentre stavo con gli americani avevo lavorato per due ambasciatori: Peter F. Secchia e Reginald Bartholomew. Il secondo era un diplomatico di carriera, uno veramente in gamba (talmente tanto che quando stava all’Ambasciata USA a Beirut, salto’ per aria con mezza ambasciata!). Il primo invece non era per niente diplomatico: era solo un uomo d’affari che gestiva a Grand Rapids, Michigan, la sua azienda di legname. Negli anni 80 aveva un fatturato di 300 milioni di dollari (diede 100,000 dollari alla campagna presidenziale di Bush Sr. Lui vinse le elezioni e come “premio”, diede l’Ambasciata di Via Veneto a Secchia). Ammetto pero’ che quando stavo con lui e i miei capi agli incontri imprenditoriali alla Confindustria e con gli imprenditori americani,quando parlava Secchia gli americani lo capivano perfettamente perche’ veniva dal loro “mondo”. E pure Secchia stava nel suo “mondo”. Non solo, ma dato che come ambasciatore in Italia conosceva anche un po’ il mondo imprenditoriale italiano (come Spogli, MBA credo dalla Stanford University. Si ricordera’ di quando disse sul Corriere della Sera che l’Italia NON sa attirare investimenti stranieri?), gli stessi businessmen (e women) americani lo ascoltavano MOLTO attentamente, e apprezzavano i suoi consigli e suggerimenti per come agire nel mondo imprenditoriale italiano. Ora, Lei non pensa che Marchionne conosca un po’ sia gli italiani che gli nordamericani? Non pensa che l’Italia in questo momento abbia bisogno di un uomo che potremmo chiamare anche “no frills”, cioe’, senza il classico bla-bla-bla all’italiana (con giacca e cravatta, cosa che il buon Sergio indossa raramente, anche nella presenza di Obama). A proposito, dato che come mentalita’ lavorativa fra un canadese ed un americano c’e’ poca differenza, Lei non pensa che uno come Obama apprezzi uno come Marchionne, cioe’, uno come “loro”? Lei pensa proprio che un americano capisca MEGLIO un italiano (specialmente uno che vive in Italia) che un canadese, dato anche che il Canada e’ il partner economico piu’ grande dell’America (“Money Talks” cantavano una volta gli AC/DC)?
Ho finito l’altro giorno il libro di Bill Emmott, ”Forza, Italia”. Emmott venne qualche anno fa qui a Udine per una manifestazione culturale. Alle fine della sua presentazione, dopo quella famosa copertina quando era il direttore dell’Economist, con Berlusconi, “Why this man is unfit to govern Italy”, gli chiesi se era ancora d’accordo con quella osservazione. “Yes”!, fu la sua risposta. Personalmente, se Emmott avesse scritto questo libro 21 anni fa, 21 anni dopo, niente sarebbe cambiato. Quello che ho detto a Emmott tramite e-mail e’ che l’Italia ha bisogno di un gigantesco Vesuvio: deve spazzare via tutto e il paese deve essere rifatto completamente da zero. Altrimenti, l’Italia sara’ sempre cosi, anche per altri 21 anni…
Saluti e Buon Anno,
Mario Rimati
Udine