Fare impresa è una roba sexy

luglio 13, 2010 | In: Articolo

business man with a dollar symbolSe la gioventù sapesse, se la vecchiaia potesse”, scriveva Henri Estienne più di 400 anni fa dopo aver passato parte dei suoi anni giovanili – ma pensa un po’ – in Italia. A prescindere dal fatto che i concetti di gioventù e vecchiaia si sono in parte modificati in questi secoli, è ancora valido oggi questo motto?

Si vorrebbe e dovrebbe evitare di cadere nel luogo comune, quando si parla di giovani. Le analisi che riguardano i giovani italiani tendono tranquillamente a svariare da un estremo all’altro, come spesso accade per tutto ciò che li riguarda, lasciando spesso la sensazione che sia il filtro usato – coscientemente e non – in queste analisi a (pretendere di) descrivere i giovani meglio delle loro vere caratteristiche. C’è chi li immagina abulici e chi iperattivi, chi li loda e chi li condanna, chi ripone in loro speranze eccessive e chi vede in loro solo aspetti negativi. Quella italiana è, a mio avviso, una società che tende a dare giudizi in base a poche fonti, spesso anche volutamente parziali. Chi può seriamente sostenere di conoscere “i giovani italiani” in base al campione dato dai 4/5 compagni di classe del proprio figlio, o dai figli delle 4/5 persone adulte che si frequentano? Quanti di coloro che pontificano sul conto di una categoria dalle mille sfaccettature ritengono di aver compiuto un’analisi dettagliata quanto serve per dare un giudizio su una così vasta serie di caratteri? Non è un problema della sola società italiana, ma – sempre a giudizio di chi scrive –l’approccio spesso un po’ grossolano col quale tendiamo a farci un’idea su un argomento, che poi con grande difficoltà siamo disposti a cambiare, danneggia non poco sia noi che tale approccio teniamo che coloro che di tale approccio sono oggetto. E invece, siccome i giovani sono sinonimo di futuro, non sarebbe male applicarsi un po’ di più per capire cosa succede, e soprattutto perché, nel loro universo.

giovani_disorientatiSiamo d’accordo con Estienne? Se così è, allora dovremmo capire che giudicare i nostri ragazzi con il nostro metro è semplicemente sbagliato. Generalizzando, possiamo dire che loro non hanno l’esperienza, il cinismo, le cicatrici, la maturità per vedere le cose con i nostri occhi; hanno però la freschezza, l’ingenuità, l’entusiasmo, la fiducia che magari crescendo vengono a volte un po’ intaccate dalla vita. Fin qui, nulla di nuovo. A me qui interessa coniugare questi principi al tema dell’approccio giovanile all’impresa, che in Side Leaders ha un’importanza non secondaria, a partire dal target del libro “L’Italia che innova” di Giorgia Petrini.

Siccome amiamo sognare in grande, pur stando bene con i piedi per terra, a noi di Side Leaders piacerebbe, con le nostre piccole forze, aiutare quei ragazzi che hanno un’idea imprenditoriale, ma anche solo un germe di un’idea, e che a pieno titolo si sentono spesso come disadattati in un mondo di loro coetanei che non li capiscono, di genitori che li indirizzano a posti fissi di poco valore spegnendone la capacità di volare alto, e di figure di riferimento – a scuola ma non solo – che difficilmente ne possono incoraggiare il rischio, incentivare la creatività, assecondare il coraggio che a meno di venti anni ci vuole quando si dice a voce alta che si ha un’idea imprenditoriale. Provate ad analizzare la frase “ho un’idea imprenditoriale” in bocca ad un(a) giovane di vent’anni. E’ tutta sbagliata, secondo i messaggi ed i canoni medi con cui i nostri ragazzi oggi vengono bombardati, giudicati e, spesso, “condannati”. Ci vuole coraggio a pronunciarla, persino.

ugly_business_manHai un’idea? E che ci vuoi fare? E’ impossibile, ci vogliono troppi soldi, c’è troppa burocrazia, è troppo difficile. E poi, vuoi fare impresa? Ma allora vuoi sfruttare gli altri per fare l’evasore, quando ci sarebbe lo zio o l’amico di tuo padre che avrebbe la possibilità di farti entrare lì dove forse, dopo solo una decina di anni passati a calpestare i tuoi sogni e la tua libertà, ti fanno un bel contratto per tutta la vita e da lì in poi nessuno ti tocca più (se non addirittura, ancora meglio: c’è l’azienda a cui tuo padre ha dedicato tutta la vita tirandola su dal nulla, che ti aspetta per essere probabilmente mandata a picco come da tradizione della maggioranza delle seconde generazioni di imprenditori familiari). O forse vuoi fare tanti soldi? Guarda che non si dice, qui in Italia: il denaro è accompagnato dall’aggettivo “vile” sin dal XII secolo (c’è di mezzo, indovinate un po’ … la chiesa), e chi è ricco è per definizione cattivo, egoista, peggiore degli altri, messo all’angolo dalla società (composta da quegli stessi che appena scendono dal trespolo fanno di tutto per guadagnare di più).

O ancora, non vorrai mica liberare la tua creatività, metterti alla prova, testare le tue capacità … ma dove le hai prese queste idee? Per carità, questi giovani d’oggi … ecco: questi ragionamenti, secondo chi scrive sono IL MALE. Rappresentano il problema del sistema Italia: ne rispecchiano la cultura, ma solo in superficie, perché poi il nostro Paese è pur sempre quello che in Europa ha il più alto tasso percentuale di piccole imprese per numero di abitanti. E se questo appare per quello che è, un controsenso, è perché l’Italia è il Paese in cui si fa quello che non si dice, e si dice quello che non si fa: per cui voglio far soldi, ma senza ammetterlo; per cui voglio fare l’imprenditore, ma rifiuto quando mi si descrive così; per cui credo nella necessità di liberare la creatività dei giovani, ma solo nelle imprese (o negli studi professionali …) altrui.

Se questo è il clima, come fa un ragazzo di venti anni (ma anche 15, o 25) a non sentirsi disadattato con la sua piccola idea? Dove trova qualcuno che lo ascolti, lo corregga, lo indirizzi, lo guidi, lo aiuti? Dove trova il suo mentore, dove respira la giusta atmosfera, dove fertilizza le sue idee? Oggi, lo fa solo sul web, che gli ha portato in casa una notizia gigantesca: non è lui, con la sua piccola idea da coltivare, ad essere disadattato. Sono coloro che tale lo fanno sentire, ad essere anomali nella big picture della quale, nonostante tutto, il nostro Paese continua a fare parte. Ma tutto questo non basta. Se ai più fortunati, o scaltri, o cocciuti, il salto del filtro vecchio e pesante della società italiana dà nuova linfa e coraggio, essi sono solo una piccola minoranza. C’è, fuori da questo microgruppo, un mondo di coetanei che non conoscono le loro possibilità, i loro diritti. Sono quelli che spesso vivono in condizioni più difficili, qualsiasi cosa voglia dire. Quelli che senza saperlo stanno già  sviluppando le prime doti dell’imprenditore: la caparbietà data dalla difficoltà, la creatività data dalla carenza, la capacità di sacrificio data dalla grandezza degli ostacoli incontrati.

E allora, per quanto difficile sia, proviamo a ribaltare il messaggio. Proviamo a far diventare virale qualcosa di rivoluzionario, per quanto sia di solo buon senso. Diffondiamo questa piccola ma importantissima notizia: fare impresa è sexy. Lo è più di cercare di andare in televisione e poi mescolarsi nel macrocosmo che pochissime volte mantiene – e a costi sempre troppo grandi – quello che promesso. Lo è più di fare un provino per entrare nelle giovanili di una scuola calcio e sperare di evitare l’assimilamento ad una specie di bestiame da pascolare e mungere. Lo è più di chiudere a chiave a doppia mandata i propri sogni in un cassetto intitolato “contratto a tempo indeterminato” a prescindere da come, dove, a quali condizioni e con chi si lavorerà.

rimorchiareRagazzi, fare impresa è come rimorchiare. Bisogna aver fiducia nelle proprie qualità. C’è la preparazione su sé stessi, per essere non solo sufficientemente appetibili, ma per essere i migliori, quelli più vincenti e non perché si denigrano gli altri concorrenti. C’è l’analisi di dove si deve andare, di che ambiente si trova, di quali sono le qualità che hanno premiato chi ci ha preceduto. C’è l’individuazione di un obiettivo che ci piace: non uno del quale ci accontentiamo, ma uno che ci rende impazienti, che ci fa sudare le mani, che vogliamo conquistare dando il meglio di noi stessi. C’è la necessità di renderci flessibili, di aprirci alla possibilità di fallire e riprovare comprendendo cosa cambiare nel frattempo, di saper ascoltare i consigli altrui ma senza snaturare la nostra convinzione dopo essersi sentiti dire “no”. C’è la bellezza di prefigurare il raggiungimento dell’obbiettivo, e la grandiosità del suo raggiungimento che è un appagamento al quale non è minimamente comparabile una misera busta paga accompagnata dalla speranza di un programmato scatto contrattuale tra qualche anno. C’è la soddisfazione di aver fatto qualcosa là dove altri non sono riusciti, di aver scoperto quanto ci piace riuscire in quello che sogniamo: è la natura umana e non cambia sia se si parli di rapporti con l’atro sesso o di riuscita in ogni altra attività che ci riguardi.

italiacheinnovaE se vi sembra che qui si esageri, parlate con quei caparbi esempi che ce l’hanno fatta, leggete le loro storie (il libro di Giorgia Petrini ne ha alcune davvero molto belle) e non cancellate le vostre ambizioni. Non c’è niente di male a voler avere successo in modo sano, a voler diventare ricchi in maniera onesta, a perseguire le vostre idee anche contro il parere di chi vi circonda. Cercate la vostra libertà e non mollate. Se cadete, rialzatevi. Se fallite, cambiate e fate tesoro dei vostri errori. Credete sempre in voi stessi, anche se vi sembra di essere gli unici a farlo. Non pensate che questo non sia capitato a chiunque si possa dire soddisfatto di ciò che ha creato, a chi ha raggiunto il successo. Guardate come sorridono, liberamente, meritatamente: non piacerebbe anche a voi?

Dipende da voi fare in modo che dopo più di 400 anni Henri Estienne finalmente vada fuori moda, almeno in Italia: “che la gioventù sappia”, non più “se la gioventù sapesse”. E già che ci siamo, il sottoscritto afferma di preferire a Estienne il sempre valido Oscar Wilde: “Quando ero giovane credevo che la cosa più importante della vita fosse il denaro, ora che sono vecchio so che è vero”.

L’impresa è sexy. Niente paura!

Umberto Mucci @SideLeaders

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