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	<title>Side Leaders &#187; Articolo</title>
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	<description>progetto per la diffusione di una cultura imprenditoriale giovanile innovativa e globale</description>
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		<title>Fare impresa è una roba sexy</title>
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		<pubDate>Tue, 13 Jul 2010 09:32:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona@Sideleaders</dc:creator>
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		<category><![CDATA[imprenditorialità giovanile]]></category>
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		<description><![CDATA[Dopo secoli di appiattimento culturale dove il concetto di imprenditorialità è stato accomunato a quello di negatività Side Leaders lancia il suo nuovo motto: fare impresa e sexy!]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-799" title="business man with a dollar symbol" src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/fareimpresa.jpg" alt="business man with a dollar symbol" width="252" height="306" />“<em>Se la gioventù sapesse, se la vecchiaia potesse</em>”, scriveva <strong>Henri Estienne</strong> più di 400 anni fa dopo aver passato parte dei suoi anni giovanili &#8211; ma pensa un po’ &#8211; in Italia. A prescindere dal fatto che i concetti di gioventù e vecchiaia si sono in parte modificati in questi secoli, è ancora valido oggi questo motto?</p>
<p><em>Si vorrebbe e dovrebbe evitare di cadere nel luogo comune, quando si parla di giovani. </em>Le analisi che riguardano i giovani italiani tendono tranquillamente a svariare da un estremo all’altro, come spesso accade per tutto ciò che li riguarda, lasciando spesso la sensazione che sia il filtro usato – coscientemente e non &#8211; in queste analisi a (pretendere di) descrivere i giovani meglio delle loro vere caratteristiche. C’è chi li immagina abulici e chi iperattivi, chi li loda e chi li condanna, chi ripone in loro speranze eccessive e chi vede in loro solo aspetti negativi. Quella italiana è, a mio avviso, una società che tende a dare<strong> giudizi in base a poche fonti</strong>, spesso anche volutamente parziali. Chi può seriamente sostenere di conoscere “i giovani italiani” in base al campione dato dai 4/5 compagni di classe del proprio figlio, o dai figli delle 4/5 persone adulte che si frequentano? Quanti di coloro che pontificano sul conto di una categoria dalle mille sfaccettature ritengono di aver compiuto un’analisi dettagliata quanto serve per dare un giudizio su una così vasta serie di caratteri? Non è un problema della sola società italiana, ma – sempre a giudizio di chi scrive –l’approccio spesso un po’ grossolano col quale tendiamo a farci un’idea su un argomento, che poi con grande difficoltà siamo disposti a cambiare, danneggia non poco sia noi che tale approccio teniamo che coloro che di tale approccio sono oggetto. E invece, siccome <strong>i giovani sono sinonimo di futuro</strong>, non sarebbe male applicarsi un po’ di più per capire cosa succede, e soprattutto perché, nel loro universo.</p>
<p><img class="alignright size-full wp-image-800" title="giovani_disorientati" src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/giovani_disorientati.jpg" alt="giovani_disorientati" width="200" height="144" /><strong>Siamo d’accordo con Estienne?</strong> Se così è, allora dovremmo capire che giudicare i nostri ragazzi con il nostro metro è semplicemente sbagliato. Generalizzando, possiamo dire che loro non hanno l’esperienza, il cinismo, le cicatrici, la maturità per vedere le cose con i nostri occhi; hanno però la <em>freschezza</em>, <em>l’ingenuità</em>, <em>l’entusiasmo</em>, la fiducia che magari crescendo vengono a volte un po’ intaccate dalla vita. Fin qui, nulla di nuovo. A me qui interessa coniugare questi principi al tema dell’<strong><em>approccio giovanile all’impresa</em></strong>, che in Side Leaders ha un’importanza non secondaria, a partire dal target del libro “L’Italia che innova” di Giorgia Petrini.</p>
<p>Siccome <strong>amiamo sognare in grande</strong>, pur stando bene con i piedi per terra, a noi di Side Leaders piacerebbe, con le nostre piccole forze, <em>aiutare quei ragazzi che hanno un’idea imprenditoriale</em>, ma anche solo un germe di un’idea, e che a pieno titolo si sentono spesso come disadattati in un mondo di loro coetanei che non li capiscono, di genitori che li indirizzano a posti fissi di poco valore <em>spegnendone la capacità di volare alto</em>, e di figure di riferimento – a scuola ma non solo – che difficilmente ne possono incoraggiare il rischio, incentivare la <strong>creatività</strong>, assecondare il <strong>coraggio</strong> che a meno di venti anni ci vuole quando si dice a voce alta che si ha un’idea imprenditoriale. Provate ad analizzare la frase “<em>ho un’idea imprenditoriale</em>” in bocca ad un(a) giovane di vent’anni. E’ tutta sbagliata, secondo i messaggi ed i canoni medi con cui i nostri ragazzi oggi vengono bombardati, giudicati e, spesso, “condannati”. Ci vuole coraggio a pronunciarla, persino.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-801" title="ugly_business_man" src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/ugly_business_man.jpg" alt="ugly_business_man" width="260" height="340" /><strong>Hai un’idea? E che ci vuoi fare? E’ impossibile, ci vogliono troppi soldi, c’è troppa burocrazia, è troppo difficile.</strong> E poi, vuoi fare impresa? Ma allora vuoi sfruttare gli altri per fare l’evasore, quando ci sarebbe lo zio o l’amico di tuo padre che avrebbe la possibilità di farti entrare lì dove forse, <em>dopo solo una decina di anni passati a calpestare i tuoi sogni e la tua libertà, ti fanno un bel contratto per tutta la vita</em> e da lì in poi nessuno ti tocca più (se non addirittura, ancora meglio: c’è l’azienda a cui tuo padre ha dedicato tutta la vita tirandola su dal nulla, che ti aspetta per essere probabilmente mandata a picco come da tradizione della maggioranza delle seconde generazioni di imprenditori familiari). O forse <strong>vuoi fare tanti soldi? </strong>Guarda che non si dice, qui in Italia: <em>il denaro è accompagnato dall’aggettivo “vile” sin dal XII secolo</em> (c’è di mezzo, indovinate un po’ … la chiesa), e <em>chi è ricco è per definizione cattivo, egoista, peggiore degli altri</em>, messo all’angolo dalla società (composta da quegli stessi che appena scendono dal trespolo fanno di tutto per guadagnare di più).</p>
<p>O ancora,<em> non vorrai mica liberare la tua creatività</em>, metterti alla prova, testare le tue capacità … ma dove le hai prese queste idee? Per carità, questi giovani d’oggi … ecco: questi ragionamenti, secondo chi scrive sono IL MALE. <strong>Rappresentano il problema del sistema Italia: </strong>ne rispecchiano la cultura, ma solo in superficie, perché poi il nostro Paese è pur sempre quello che in Europa ha <em>il più alto tasso percentuale di piccole imprese per numero di abitanti</em>. E se questo appare per quello che è, un controsenso, è perché l’Italia è il Paese in cui si fa quello che non si dice, e si dice quello che non si fa: per cui <em>voglio far soldi, ma senza ammetterlo</em>; per cui <em>voglio fare l’imprenditore, ma rifiuto quando mi si descrive così</em>; per cui credo nella necessità di liberare la creatività dei giovani, ma solo nelle imprese (o negli studi professionali …) altrui.</p>
<p>Se questo è il clima, <strong>come fa un ragazzo di venti anni (ma anche 15, o 25) a non sentirsi disadattato con la sua piccola idea?</strong> Dove trova qualcuno che lo ascolti, lo corregga, lo indirizzi, lo guidi, lo aiuti?<em> Dove trova il suo mentore</em>, dove respira la giusta atmosfera, <em>dove fertilizza le sue idee?</em> Oggi, lo fa solo sul web, che gli ha portato in casa una notizia gigantesca: <strong>non è lui, con la sua piccola idea da coltivare, ad essere disadattato.</strong> Sono coloro che tale lo fanno sentire, ad essere anomali nella big picture della quale, nonostante tutto, il nostro Paese continua a fare parte. Ma tutto questo non basta. Se ai più fortunati, o scaltri, o cocciuti, il salto del filtro vecchio e pesante della società italiana dà nuova linfa e coraggio, essi sono solo una piccola minoranza. C’è, fuori da questo microgruppo, un mondo di coetanei che non conoscono le loro possibilità, i loro diritti. Sono quelli che spesso vivono in condizioni più difficili, qualsiasi cosa voglia dire. Quelli che senza saperlo<em> stanno già  sviluppando le prime doti dell’imprenditore:</em> la <strong>caparbietà</strong> data dalla difficoltà, la <strong>creatività</strong> data dalla carenza, la <strong>capacità di sacrificio </strong>data dalla grandezza degli ostacoli incontrati.</p>
<p>E allora, per quanto difficile sia, <strong>proviamo a ribaltare il messaggio</strong>. Proviamo a far diventare virale qualcosa di rivoluzionario, per quanto sia di solo buon senso. Diffondiamo questa piccola ma importantissima notizia: <strong><em>fare impresa è sexy.</em></strong> Lo è <em>più di cercare di andare in televisione</em> e poi mescolarsi nel macrocosmo che pochissime volte mantiene – e a costi sempre troppo grandi – quello che promesso. Lo è <em>più di fare un provino per entrare nelle giovanili di una scuola calcio</em> e sperare di evitare l’assimilamento ad una specie di bestiame da pascolare e mungere. Lo è <em>più di chiudere a chiave a doppia mandata i propri sogni in un cassetto</em> intitolato “contratto a tempo indeterminato” a prescindere da come, dove, a quali condizioni e con chi si lavorerà.</p>
<p><strong><img class="alignright size-full wp-image-802" title="rimorchiare" src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/rimorchiare.jpg" alt="rimorchiare" width="274" height="274" />Ragazzi, fare impresa è come rimorchiare.</strong> Bisogna aver fiducia nelle proprie qualità. C’è la <em>preparazione su sé stessi</em>, per essere non solo sufficientemente appetibili, ma per essere i migliori, quelli più vincenti e non perché si denigrano gli altri concorrenti. C’è l’<em>analisi di dove si deve andare</em>, di che ambiente si trova, di quali sono le qualità che hanno premiato chi ci ha preceduto. C’è l’<em>individuazione di un obiettivo che ci piace:</em> non uno del quale ci accontentiamo, ma uno che ci rende impazienti, che ci fa sudare le mani, che vogliamo conquistare dando il meglio di noi stessi. C’è la <em>necessità di renderci flessibili</em>, di aprirci alla possibilità di fallire e riprovare comprendendo cosa cambiare nel frattempo, di saper ascoltare i consigli altrui ma senza snaturare la nostra convinzione dopo essersi sentiti dire “no”. C’è la bellezza di prefigurare il <em>raggiungimento dell’obbiettivo,</em> e la grandiosità del suo raggiungimento che è un appagamento al quale non è minimamente comparabile una misera busta paga accompagnata dalla speranza di un programmato scatto contrattuale tra qualche anno. C’è la <em>soddisfazione di aver fatto qualcosa</em> là dove altri non sono riusciti, di aver scoperto quanto ci piace riuscire in quello che sogniamo: è la natura umana e non cambia sia se si parli di rapporti con l’atro sesso o di riuscita in ogni altra attività che ci riguardi.</p>
<p><img class="alignleft size-medium wp-image-805" title="italiacheinnova" src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/italiacheinnova-237x300.jpg" alt="italiacheinnova" width="166" height="210" />E se vi sembra che qui si esageri, parlate con quei caparbi esempi che ce l’hanno fatta, <strong>leggete le loro storie</strong> (il libro di Giorgia Petrini ne ha alcune davvero molto belle) e non cancellate le vostre ambizioni. <em>Non c’è niente di male a voler avere successo in modo sano</em>, a voler diventare ricchi in maniera onesta, a perseguire le vostre idee anche contro il parere di chi vi circonda. <em>Cercate la vostra libertà e <strong>non mollate</strong></em><strong>.</strong> <em>Se cadete, rialzatevi. Se fallite, cambiate e fate tesoro dei vostri errori. </em>Credete sempre in voi stessi, anche se vi sembra di essere gli unici a farlo. Non pensate che questo non sia capitato a chiunque si possa dire soddisfatto di ciò che ha creato, a chi ha raggiunto il successo. Guardate come sorridono, liberamente, meritatamente: non piacerebbe anche a voi?</p>
<p>Dipende da voi fare in modo che dopo più di 400 anni Henri Estienne finalmente vada fuori moda, almeno in Italia: “<strong>che la gioventù sappia</strong>”, non più “se la gioventù sapesse”. E già che ci siamo, il sottoscritto afferma di preferire a Estienne il sempre valido Oscar Wilde: “<em>Quando ero giovane credevo che la cosa più importante della vita fosse il denaro, ora che sono vecchio so che è vero</em>”.</p>
<p>L’impresa è sexy. Niente paura!</p>
<p>Umberto Mucci @SideLeaders</p>
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		<title>Modello Americano vs modello Italiano: immobilismo vs fiducia nel futuro</title>
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		<pubDate>Mon, 21 Jun 2010 16:44:07 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona@Sideleaders</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Forse l'Italia non cambia non solo a causa della sua classe dirigente poco lungimirante. Forse il problema è proprio nella cultura, da cui nasce quel senso di immobilismo e di attaccamento al passato che fa essre l'Italia un paese "fondato sul lamento". Tutt'altra storia la cultura americana, dove persino dopo 3-4 matrimoni ancora ci si rialza dalle proprie sconfitte a testa alta, pensando che "domani è un altro giorno".]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignleft size-full wp-image-783" title="innovazione" src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/innovazione.jpg" alt="innovazione" width="362" height="298" />Mi sembra evidente che mai come in questi mesi si parli insistentemente di innovazione in Italia. Sarà perché <strong>lo iato tra chi è avanti e chi insegue</strong>, come noi, si sta facendo incolmabile; sarà perché la crisi apre nuove strade a chi le sa trovare; sarà perché non siamo riusciti ancora a rovinare la parte più creativa del nostro DNA; sarà anche in minima parte per un libro che sia chiama <em>L’Italia che innova</em>: ma mai come in questi mesi si è visto un fiorire di iniziative, barcamp, competition, e <em>mai come ultimamente si è parlato di venture capital, di business planning, di scouting</em>. Sembra proprio ci sia tanto entusiasmo. Ma c’è davvero?</p>
<p>Ora, <strong>innovare significa cambiare in meglio</strong>, e se c’è un posto nel quale change è divenuta la parola magica, questo è l’America. Tralasciando quanto di vero ci sia nel change di Obama, è evidente che la sua campagna elettorale ha dato un terrificante impulso all’innovazione; che il suo messaggio ha costituito benzina (facciamo benzina … verde) per chi ritiene la cultura americana quella destinata a guidare il mondo; che la sua comunicazione, sia per contenuti che per mezzi, ha rivoluzionato un sistema che non sarà mai più lo stesso. Obama ha tanti meriti riguardo a ciò, e lo dice uno che ne giudica estremamente negativamente i primi mesi di presidenza. Ma quello che mi interessa qui non è parlare di Obama, ma di <strong>cosa significhi la spinta ad innovare che arriva dagli USA</strong>, per noi italiani. Mi sembra acclarato che tutti coloro che parlano di innovazione si rifacciano, volenti o nolenti, consapevoli e non, di sinistra e non, al modello statunitense. Non c’è solo la <em>Silicon Valley</em>, che pure è il centro del mondo dell’innovazione ed un vero mito per chi si avvicina a questo universo: anche <em>l’area di Boston</em> e recentemente anche la mia meravigliosa New York stanno sperimentando attrazione per capitali, idee, persone geniali e dedicate. Noi <em>qui in Italia arranchiamo fra uno scandalo e l’altr</em>o, una distrazione di fondi promessi alla banda larga e una classe dirigente che in parte non capisce la necessità di implementare la rete e in parte la capisce anche troppo bene, ed è per quello che non la implementa. Ma non è nemmeno la tirata qualunquista che mi interessa.</p>
<p>Quello che mi interessa qui è parlare di <strong>cultura</strong>, di <strong>atmosfera</strong>, di <strong>ambiente imprenditoriale</strong>; di <strong>abitudini</strong>, di <strong>dinamicità</strong>, di <strong>velocità</strong>; di <strong>scommessa</strong>, di <strong>sfida</strong>, di <strong>apertura mentale</strong>. Non ci sono leggi che possano favorire tutto ciò, purtroppo: anche ammesso che una nuova e brillante e competente <em>classe dirigente</em> (e non parlo solo di politica, ma di ovunque ci sia gerarchia e leadership, o meglio di dove la leadership dovrebbe svettare per merito) si sviluppasse miracolosamente per abiogenesi, resterebbe un Paese che, anche dopo il miracolo, rimane <em>sempre attaccato al passato, arretrato, incollato ai privilegi.</em> Sto ovviamente generalizzando, e ognuno che legge si sentirà parte di altro: ognuno vorrà pensare di sé stesso di essere innovativo, fresco, frizzante, scattante, pronto a cogliere le occasioni e a ricominciare.</p>
<p>Sarebbe bello se fosse così, e magari ognuno dei pochi lettori di questa riflessione lo è per davvero. Ma hey, guardatevi intorno. Questa è una <strong>società impregnata nell’immobilismo</strong>; è una cultura conservatrice come nessun’altra; è una comunità alla quale manca il rimanente 95% di senso civico che necessiterebbe. Questa è <em>una società in cui si ha paura a parlare di soldi</em>, ma se ne vuole sempre di più; in cui si fa finta di non vedere chi non rispetta la legge perché siamo i primi a non rispettarla; in cui crediamo che mai nessuno ci verrà a chiedere il conto per quanto stiamo facendo. E quando parliamo di importare il modello americano, e chi mi conosce sa quanto io sarei d’accordo nel farlo, forse dimentichiamo che un modello necessita di una cultura, di un substrato, di valori condivisi, per funzionare adeguatamente.</p>
<p><strong>Cosa significa fare impresa?</strong> Vuol dire <strong>sacrificio</strong>, <strong>pazienza</strong>, <strong>visione</strong>, <strong>coraggio</strong>, <strong>caparbietà</strong>, <strong>genialità</strong>, <strong>fiducia</strong>, <strong>ingenuità</strong>, <strong>forza</strong>.<br />
Non si fa impresa se non si sa come <em>rialzarsi dopo una caduta</em>, come <em>credere quando nessuno crede</em>, come considerare opportunità qualcosa che altri considerano impedimento. Non si è imprenditori se non si <em>scommette su sé stessi</em>, se non si investe ogni goccia di sudore quando si è finito il capitale, se non si rovescia il tavolo avendo fiducia che il prossimo passo ci porterà al traguardo anche se non lo si vede in lontananza.<br />
Innovare, creare, vuol dire <em>impegno e apertura mentale</em>.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-789" title="trasloco" src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/trasloco.jpg" alt="trasloco" width="286" height="287" />Ma siamo sinceri: quanto di tutto ciò è insito nella cultura del nostro Paese?<br />
Questo è un meraviglioso, desolante e provincialissimo posto nel quale si lascia tardi la casa dei genitori; in cui ci si sposa tardi, e si preferisce convivere cornificandosi piuttosto che chiudere e ricominciare; in <em>cui un trasloco è più vicino ad una tragedia che ad una normale attività umana</em>; in cui per andare da un punto all’altro si percorre un arzigogolo; in cui ci si vergogna a dire o a chiedere quanto si guadagna; in cui scendere uno scalino della scala sociale è considerato motivo per un suicidio; in cui <em>il fallimento è un’onta e non una possibilità di imparare</em>; in cui essere acquisiti non è motivo di orgoglio ma di scorno; in cui la legge si interpreta ed il vigile che ti multa in doppia fila è sempre dalla parte del torto, per non parlare di quel pirla che protesta perché gli abbiamo impedito di rispettare il suo impegno chiudendolo con la nostra vettura; in cui si fanno sempre meno figli, e sempre più tardi; in cui <em>ogni diritto è sacro, ogni privilegio ci spetta</em>, ogni comodità è dovuta; in cui ogni cambiamento ci puzza perché chissà cosa dovremo fare in più, in <em>cui il più lento detta la velocità degli altri</em>, mai il più rapido; in <em>cui i diritti vengono sempre prima dei doveri</em>, quando questi vengono riconosciuti e ciò non avviene spesso; in cui sono gli altri a doversi abituare, a dover cambiare, a dover chiedere scusa; in cui la variabile indipendente siamo sempre noi e i nostri bisogni, più presunti che veri; in cui l’elasticità viene definita precariato e messa alla gogna, come se l’immobilismo fosse la pietra miliare attorno alla quale fingere che l’evoluzione non esiste; in cui per molti un contratto è carta straccia e chi ne ha uno già sa di doversi preoccupare di capire a quanto dovrà rinunciare rispetto a quanto pattuito.</p>
<p><strong>Questa è una repubblica fondata sul lamento</strong>, sull’accomodamento, sull’incertezza del diritto. Qui siamo più furbetti, e non ci rendiamo conto che diventiamo bulli; qui facciamo gli indignati e non ci accorgiamo di essere presuntuosi. Se pensate che questo valga solo per il mondo del lavoro, vi sbagliate: queste cose accadono nella vita di tutti noi, ogni giorno. E siamo talmente abituati, talmente rassegnati, talmente disperati che non ce ne rendiamo nemmeno conto, e d’altronde che dovremmo fare, urlare al vento ogni giorno della nostra vita come monatti impazziti e provocarci un’ulcera ogni settimana?.</p>
<p><strong>Nel mondo americano tutto è diverso</strong>, e non certo per legge. Ho visto vecchietti di 70 anni ricominciare da capo a testa alta; ho visto vedove prendersi cura del parco vicino casa, gratis, per il piacere di stare in un posto pulito senza attendere che a tutto debba pensare il pubblico servizio. Ho visto ragazzi cadere e rialzarsi, ho visto uomini e donne accogliere il cambiamento con l’atteggiamento che noi chiamiamo ingenuità e loro chiamano fiducia. Ho visto l’orgoglio di far parte di una comunità, nonostante gli altri non capiscano e li prendano in giro.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-782" title="matrimonio all'americana" src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/matrimonio.jpg" alt="matrimonio all'americana" width="342" height="312" />Pensate al matrimonio, ad esempio. Quanto ci fanno ridere tutti i convenevoli americani sul matrimonio? Lui che si inginocchia e dà l’anello, lei che piange e salta e dice si. Da quel momento sono fidanzati, poi le prove della cerimonia, la cena del giorno prima, l’importanza della maid of honour e del best man, il padre che accompagna la sposa che non va vista dallo sposo prima delle nozze, le promesse di matrimonio lette con le lacrime agli occhi, il prete che concede il bacio … ci fanno ridere, anche perché poi più di un matrimonio su 2 si sfascia. Ma pensiamo al fatto che poi ricominciano, ci credono ancora, si risposano da capo, una, due, tre volte … tutte queste sono azioni che impegnano, che richiedono fiducia, apertura, credito<em>. Rinascono dalle loro stesse ceneri</em>,  continuano a credere, non si incattiviscono nei confronti della vita. Non accettano bugie, e non passa loro per la testa che ciò possa sembrare ingenuo: perché per loro se menti una volta allora puoi mentire per sempre.</p>
<p>Vi immaginate una cosa così qui da noi? Qui ci consideriamo più scafati, più cinici, più realisti: noi non ci imbarcheremmo mai in tutta questa manfrina, per poi avere più del 50% di possibilità di separarci (e poi per divorziare ci mettiamo anni, mica come loro che quando chiudono un rapporto lo chiudono in fretta senza trascinare la sofferenza a lungo). Pensate che stia parlando ancora del matrimonio? E invece parlo di cultura in generale, di società. <em>Se non ci prendiamo impegni, se non scommettiamo noi stessi, se non viviamo con apertura mentale</em> … se insegniamo ai nostri figli che il posto fisso è il loro obiettivo, e non ad investire su loro stessi e a credere nelle loro possibilità … se tutti noi ci comportiamo così, <strong><em>da dove pensiamo che dovrebbe arrivare questa nuova classe dirigente che innovi</em></strong>, apra, crei, cambi le cose per cui ci lamentiamo? <em>Tutto l&#8217;approccio alla vita quotidiana è qui rivolto verso il passato</em>, e quei pochi che non l’accettano fanno una fatica sempre maggiore: oggi quello che spaventa è la varietà sociale, culturale, economica, anagrafica e di provenienza di coloro che vogliono andare via.</p>
<p>Qualche giorno fa David Cameron ha detto schiettamente ai suoi connazionali che la Gran Bretagna ha vissuto al di sopra delle proprie possibilità, e che ci si deve abituare a tornare indietro di un po’ per qualche tempo.</p>
<p>Il nostro problema non è che non abbiamo leader disposti a dichiararlo con passione: è che non abbiamo cittadini disposti ad ascoltarlo con onestà, e senza i secondi è impossibile che escano fuori i primi. <strong>Abbiamo un disperatissimo e imminente bisogno di guardare al futuro con coraggio</strong>, accettare di faticare di più, aprire la strada ai migliori e adoperarci per facilitare i nostri giovani, prima di rovinarli del tutto &#8211; e temo non manchi molto. Forse la prima innovazione, ma anche la più difficile, dovrebbe essere questa. Purtroppo non c’è venture capital al mondo che ci possa aiutare a portarla a compimento: deve partire da noi, che siamo a pensarci bene il primo finanziatore del bene più importante del quale abbiamo bisogno, <strong>la capacità di sognare in grande</strong>.</p>
<p>Umberto Mucci @Side Leaders</p>
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		<title>Metti un giovane al governo.. e forse innovazione e merito avranno un futuro. Anche in Italia.</title>
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		<pubDate>Mon, 17 May 2010 17:38:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona@Sideleaders</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Ma come è possibile che uomini e donne di 60/70/80 anni, abituati ad un mondo che non c’è più, possano guidare un Paese in grande crisi fuori dalle secche se non governano il presente e non hanno minimamente idea del futuro? In Italia non permettiamo ai giovani di occupare i posti chiave alla guida del paese, e forse è per questo che innovazione e merito non decollano come dovrebbero.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/cameron.jpg" alt="cameron" title="cameron" width="225" height="338" class="alignleft size-full wp-image-767" /><strong>David Cameron</strong> ha 43 anni, quanti ne ha la primogenita del nostro Presidente del Consiglio. Capo del più antico partito inglese<strong> a soli 39 anni</strong>, da qualche giorno Cameron <strong>è il nuovo Primo Ministro inglese</strong> conservatore <em>(il più giovane Primo Ministro inglese dal 1812)</em>, avendo vinto contro un candidato liberaldemocratico coetaneo, Nick Clegg, ed un Primo Ministro uscente laburista che ha  palesemente pagato l’essere più anziano dei due, Gordon Brown, di 59 anni. Brown era subentrato al suo compagno di partito che ha vinto tre elezioni consecutive, <strong>Tony Blair</strong>, anch’egli 43enne all’epoca della sua prima elezione. Sembra proprio che il Labour abbia capito cosa fare, perché probabilmente eleggerà come nuovo Segretario e Primo Ministro ombra <strong>David Miliband</strong>, 45 anni, già Ministro degli Esteri a 42. L’alternativa a Miliband è suo fratello Ed, quarantenne che ha già fatto il Ministro a 37 anni. Inoltre il nuovo Cancelliere dello Scacchiere, curioso nome del Ministro dell’Economia inglese (è il Ministro più importante, ed è il ruolo ricoperto per anni da Brown prima di subentrare a Blair), è il 38enne <strong>George Osborne</strong>, col quale collaborerà il 45enne <strong>David Laws</strong>, Primo Segretario al Tesoro.<strong> Michael Gove</strong>, Ministro dell’Istruzione, ha invece 43 anni: 4 in più di<strong> Sayeeda Warsi</strong>, Presidente del Partito Conservatore, prima donna musulmana ad essere nominata Ministro.</p>
<p><strong>Non siamo colti da improvviso giovanilismo.</strong> Ovviamente ci sono eccellenti menti novantenni ed altrettanti imbecilli trentenni, in Gran Bretagna come ovunque: e la superiore anzianità media nella classe dirigente italiana non si verifica certo solo in politica, ma spazia in tutte le categorie in cui esistono leadership e gerarchia. Tuttavia, non si può non rimanere colpiti da come un Paese che della tradizione e delle abitudini ha fatto la propria bandiera sia in grado di rinnovarsi continuamente ed affidarsi alle proprie risorse più dinamiche, innovative e veloci. Si dirà che è tipico dei Paesi del Nord Europa, ed è vero.<img src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/meloni-carfagna-gelmini.jpg" alt="meloni-carfagna-gelmini" title="meloni-carfagna-gelmini" width="309" height="150" class="alignleft size-full wp-image-774" /> Ed è anche vero che anche noi abbiamo alcuni giovani Ministri: la <strong>Gelmini è del ’73</strong>, la <strong>Carfagna del ’75</strong>, la <strong>Meloni del ’77</strong>, <strong>Alfano è del ’70</strong>, <strong>Fitto del ’69</strong>. Però quando si tratta di ruoli più fondamentali, dobbiamo dire che il più giovane Presidente del Consiglio della Repubblica Italiana (prima della Repubblica c’era stato un 38enne Benito Mussolini, quello dell’aula sorda e grigia, che per diversi motivi non prenderemo qui in considerazione) fu Giovanni Goria, che pochi di voi giovani lettori ricordano: era il 1987, ed il 44enne <strong>Goria </strong>fu catapultato a Palazzo Chigi dal suo partito, la DC di De Mita, che necessitava di un personaggio senza alcuna velleità da sistemare a Capo del Governo. Durò meno di un anno – in piena linea con la durata media dei Governi italiani dell’epoca – e tutta Italia lo prendeva in giro per la sua assoluta mancanza di alcun carisma, che era esattamente ciò che lo aveva portato a fare il Presidente del Consiglio: <img src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/blair-obama-cameron.jpg" alt="blair-obama-cameron" title="blair-obama-cameron" width="309" height="150" class="alignleft size-full wp-image-773" />esattamente il contrario, non a caso, di <strong>David Cameron</strong>, o <strong>Tony Blair</strong>. O di <strong>Barack Obama</strong> che di anni ne aveva <strong>47</strong>, quando è diventato l’uomo più potente del mondo: con una campagna elettorale che è stata anche la campagna di marketing più innovativa degli ultimi 50 anni, che ha raccolto somme inimmaginabili grazie ai micro pagamenti possibili con i nuovi strumenti tecnologici, che ha invaso i social network e ne ha addirittura inventato uno a piattaforma delle sue istanze, e che ha introdotto nella politica mondiale di altissimo livello l’uso di strumenti quali Blackberry, Twitter, Facebook e YouTube (salvo poi recentemente parlar male dell’IPad e del giornalismo partecipativo multimediale, ma questo è un altro discorso). </p>
<p>Questa, come è ovvio, non è dunque una filippica qualunquista contro l’attuale Governo italiano, né contro quelli precedenti. E’ però fuori di dubbio che la rivoluzione tecnologica caratterizza ormai i nostri tempi, accelerando i processi innovativi come mai in precedenza e creando un surplus di digital divide mai visto prima. Siccome il mondo è piccolo, globalizzato e facilmente raggiungibile con la rete, nessuno può permettersi di rimanere indietro troppo a lungo: l’ultimo giapponese rimasto a guardia del suo Paese e convinto di essere ancora in guerra con l’America è un romantico racconto della seconda guerra mondiale, che diventa patetico se applicato ai nostri giorni. Ma come è possibile che uomini e donne di 60/70/80 anni, <strong>abituati ad un mondo che non c’è più</strong>, possano guidare un Paese in grande crisi fuori dalle secche se non governano il presente e non hanno minimamente idea del futuro? Non ho competenze tecniche, ma qualche professionista potrebbe spiegare la velocità a cui viaggiano le sinapsi a 40 anni e compararla con quelle di un 70enne, per poi affidare lo studio a qualche economista che ne trarrebbe una cifra in miliardi di euro: sarebbe <em>probabilmente la cifra che perdiamo ogni giorno che l’innovazione è oscurata</em>, il merito è soffocato, la rete è rallentata e la banda larga presente in Italia si rivela essere quella che ruba soldi ai danni di noi tutti e non l’autostrada tecnologica che permette ad altri Paesi di correre molto più di noi.</p>
<p>Chi, come noi e voi, legge e si informa e produce contenuti mediante la rete; chi partecipa a meeting e corsi di formazione e appuntamenti in cui volano parole sconosciute ai più come <em>exit strategy, venture capital, elevator pitch</em> e le altre contenute nel sommario del libro L’Italia che innova di Giorgia Petrini; chi si ritrova a condividere le parole scritte o dette da pochi <em>evangelist </em>che senza colpa predicano nel deserto delle istituzioni italiane &#8211; e ognuno di noi ne conosce e ne apprezza qualcuno, e se lo coccola e spera che anch’egli o ella non venga corrotto dall’abitudine a rimanere indietro; chi è stanco di cercare l’Italia nelle classifiche di innovazione e trovarla sempre più facilmente partendo dal basso … chi si ritrova in queste parole apprezza<strong> David Cameron</strong> come ha apprezzato Tony Blair, perché capisce che rappresentano un segnale. </p>
<p><strong>Escludere i giovani significa escludere l’innovazione:</strong> questo non va bene ovunque, figuriamoci in un Paese creativo e geniale come il nostro. Side Leaders è una piccola cosa ammantata di grandissime ambizioni, è un movimento aperto e dinamico che intravede grandi possibilità e non smette di amare il proprio Paese, è una leadership come quella di Giorgia Petrini che però non detiene superpoteri e non può riuscire senza l’aiuto ed il sostegno ed il contributo di chi ci crede e pensa che non stia scritto da nessuna parte che le cose non possano cambiare per il meglio. E un giorno, magari, saranno altri Paesi ad invidiarci i nostri leaders. </p>
<p>Umberto Mucci @Sideleaders</p>
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		<title>Dal blog di Giorgia Petrini: move next, video questions e spunti di riflessione</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Mar 2010 20:10:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simona@Sideleaders</dc:creator>
				<category><![CDATA[Articolo]]></category>
		<category><![CDATA[Progetti]]></category>
		<category><![CDATA[video]]></category>
		<category><![CDATA[cultura imprenditoriale]]></category>
		<category><![CDATA[Girogia Petrini]]></category>
		<category><![CDATA[Innovazione]]></category>
		<category><![CDATA[Role Models]]></category>
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		<category><![CDATA[Simona Adriani]]></category>

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		<description><![CDATA[Giorgia Petrini invita tutti i simpatizzanti, collaboratori e amici di Side Leaders a comunicarle le loro idee su questi spunti di riflessione legati al futuro del progetto, riprendendo la domanda posta da Simona Adriani a fine tavola rotonda a tutti i Side Leaders intervenuti: dove vedi Side Leaders tra 6 mesi]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.sideleaders.it/wp-content/uploads/1-199x300.jpg" alt="1" title="1" width="199" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-694" />In questi giorni stiamo lavorando a diverse cose nell&#8217;ambito del progetto Side Leaders. Tra queste, ce ne sono alcune in merito alle quali mi piacerebbe rendervi partecipi per fare in modo che il nostro sforzo <strong>incontri nel tempo,</strong> quanto più possibile, l&#8217;aspettativa di tutti e tenga alto l&#8217;entusiasmo di un treno in corsa appena partito. E&#8217; già pieno il mondo di chi si pone obiettivi e intenti <strong>lontani dalla propria comunità</strong> e, nel nostro caso, questa è l&#8217;ultima cosa che vogliamo continuare ad ottenere in un Paese che ha bisogno di <em>una tempesta</em>.<br />
Vi fornisco qualche input di seguito e vi chiedo di sentirvi <strong>liberi, forti e propositivi</strong> nell&#8217;esprimere suggerimenti, opinioni, considerazioni e idee che siano frutto di ci<em>ò che realmente vorreste</em> e, perchè no, anche di ciò che <strong>non vorreste più</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Il Manifesto di Side Leaders</h2>
<p>E&#8217; una traccia descrittiva all&#8217;interno della quale stiamo delineando obiettivi, missioni, scopi, metodi e programmi con i quali intendiamo perpetrare nella nostra missione che, pur seguendo una strada molto ricca, nell&#8217;era dell&#8217;open source, vuole continuare ad avvalersi del <strong>contributo umano e sociale di tutti</strong>, vicini e lontani, giovani e non, secondo il principio per cui a noi sembra necessario dare assoluta priorità a &#8220;<em>ciò di cui c&#8217;è realmente bisogno</em>&#8220;, nel rispetto degli obiettivi che ci stiamo ponendo.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>Gli eventi</h2>
<p>Stiamo ideando dei <em>format ricorrent</em>i (con cadenza e frequenze frutto del nostro tempo e della nostra disponibilità) con i quali intendiamo lavorare su due fronti: da un lato, <strong>la sensibilizzazione</strong> dell&#8217;intera comunità (istituzioni, finanza, imprenditori, manager, scuole, università, società civile e giovani) verso temi, argomenti e contesti meno noti nel nostro Paese, con l&#8217;obiettivo di <strong>divulgare</strong> una maggiore conscenza <strong>diffusa</strong> dell&#8217;enorme potenziale dell&#8217;innovazione e dei nuovi mercati in Italia, a tutti i livelli; dall&#8217;altro lato, la <strong>promozione di opportunità</strong> da poter offrire ai giovani che vogliano fare <strong>nuova impresa</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<h2>I Role Models</h2>
<p>Dando seguito all&#8217;ottimo risultato che stiamo raccogliendo con l&#8217;entusiasmo nato intorno al libro &#8220;<strong>L&#8217;Italia che innova</strong>&#8220;, stiamo costruendo, giorno dopo giorno, diverse idee che potrebbero contribuire a diffondere ulteriormente in Italia una &#8220;nuova&#8221; c<strong>ultura imprenditoriale</strong> che sia finalmente frutto di <strong>esempi costruttivi</strong> derivanti proprio dalle esperienze di <strong>chi ce l&#8217;ha fatta e come</strong> in un rapporto diretto tra potenziali <em>testimonial</em> e chi è in preda al complesso turbine della start up.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A voi la palla per il momento. Vi chiedo di <strong>intervenire liberamente</strong> su questi 3 item nel modo che preferite (commentando questo post o scrivendomi <a href="mailto:g.petrini@sideleaders.it">via mail</a>): il primo buon modo per tentare di <em>rivoluzionare un Paese</em> è capire, senza mai accontentarsi e senza dare nulla per scontato, <strong>di cosa ha realmente bisogno</strong>. Il nostro focus siete voi e solo con il vostro continuo contributo noi saremo in grado di aggiungere e togliere pezzi ad una missione che mette voi al centro dei nostri obiettivi&#8230;<br />
Meglio piccoli passi fatti bene che falcate da un metro e su una gamba sola! Ringrazio tutti per le bellissime lettere che continuo a ricevere ogni giorno e che mi spingono a voler credere sempre di più che <strong>tutti insieme ce la faremo</strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vi lascio uno spunto di riflessione in video raccolto all&#8217;evento dello scorso 19 Febbraio all&#8217;Ara Pacis, frutto della libera iniziativa della nostra brava <strong>Simona Adriani</strong><strong></strong>.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><object width="530" height="340"><param name="movie" value="http://www.youtube.com/v/UgTkmyRAdzU&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;border=1"></param><param name="allowFullScreen" value="true"></param><param name="allowscriptaccess" value="always"></param><embed src="http://www.youtube.com/v/UgTkmyRAdzU&#038;hl=it_IT&#038;fs=1&#038;rel=0&#038;border=1" type="application/x-shockwave-flash" allowscriptaccess="always" allowfullscreen="true" width="530" height="340"></embed></object></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>FONTE: <a href="http://giorgiapetrini.blogspot.com/2010/03/in-questi-giorni-stiamo-lavorando.html">www.giorgiapetrini.it</a></p>
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